
Altro è parlar di morte, altro è morire
PROVERBIO ITALIANO
Quando si parla di morte ci si riferisce all’esperienza vissuta della morte di qualcosa o qualcuno, cioè alla morte dell’altro, oppure all’esperienza presunta ed anticipata della propria morte. L’esperienza della morte altrui è un’esperienza oggettiva, che investe la persona e ne muta l’esistenza e che porta con se un carico di sofferenza legato all’evento e all’elaborazione dello stesso e alla rielaborazione emotiva dei significati, dei vissuti legati all’oggetto della perdita (lutto). La riflessione sulla propria morte è invece un’ipotesi, una fantasia che, seppure irreale, muove emozioni e paure ed incide in modo altrettanto significativo sulla propria esistenza. Entrambe le “morti” sono un’esperienza certa nella vita di ciascuno.
Il testo dello Yoga Sūtra di Patañjali offre una interessante lettura dell’origine del timore della morte ed indica una serie di strumenti per padroneggiarla e, di conseguenza, padroneggiare la sofferenza che ne deriva.
Lo Yoga Sūtra di Patañjali è il primo testo a noi giunto che riguarda espressamente lo yoga. È composto da 196 sūtra (letteralmente “filo”), brevi frasi, spesso senza verbi, concepite per essere trasmesse oralmente, scritte in lingua sanscrita e raccolte in quattro capitoli o Pāda. Il genere letterario dei sūtra è particolarmente criptico e spesso viene accompagnato da un commentario che svolge e spiega meglio il contenuto dei singoli aforismi che altrimenti risulterebbero difficili da comprendere ed oscuri. Il primo commentario dei sūtra di Patañjali è attribuito a Vyāsa ed è datato al IV sec. d.C. Storicamente la collocazione del testo è incerta e si presume sia stato redatto tra il I sec. a. C. ed il V sec. d. C. Nel primo capitolo lo yoga è definito come “yogaścittavṛttinirodhaḥ”1: lo yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente. La parola tradotta con “mente” è citta ed indica non solo la funzione cognitiva e riflessiva della persona, ma anche il suo intero complesso psichico ed emotivo. Il termine nirodha significa sia contenere, controllare che annientare, distruggere. Quindi, lo yoga può essere inteso come quel processo che parte dal controllo e dal contenimento delle fluttuazioni della mente e dei moti del complesso emotivo e psichico dell’individuo e giunge al loro completo annichilamento. Dopo aver catalogato le fluttuazioni di citta in cinque modelli di funzionamento, Patañjali afferma che queste possono provocare sofferenza, oppure no. Il termine che traduciamo con “sofferenza” è kliṣṭa, che deriva dalla radice verbale kliś, tormentare, affliggere, molestare. Stando alla definizione di Patañjali, lo yoga riguarda il contenimento ed il controllo di ogni tipo di fluttuazione, sia essa causa di sofferenza o no. Quando queste fluttuazioni provocano sofferenza? Quando sono offuscate, confuse e disturbate dai kleśa.
Il termine kleśa si traduce con dolore, angoscia, sofferenza, difficoltà ed origina dalla stessa radice verbale di kliṣṭa, kliś: i kleśa sono all’origine della sofferenza. Nel secondo capitolo, Patañjali li elenca e descrive: “avidyāsmitārāgadveṣābhiniveśaḥ kleśāḥ”2 i kleśa sono: avidyā (l’ignoranza), asmitā (l’ego), rāga (l’attaccamento), dveṣa (l’avversione) ed abhiniveśaḥ (l’attaccamento alla vita ed il timore della morte).
Avidyā, l’ignoranza, è definta da Patañjali come “il campo su cui sorgono gli altri kleśa”3: non si tratta di una comprensione errata (che Patañjali definisce viparyaya: il termine indica una direzione contraria, una conoscenza che va cioè in direzione opposta a quella corretta) ma della mancanza di visione (a-vid), cioè di una ignoranza profonda che rende impossibile la conoscenza (vidya) metafisica, la conoscenza della Realtà.
Occorre qui ricordare brevemente che lo Yoga Sūtra di Patañjali sottintende il sistema filosofico dualista del sāṃkhya: la Realtà ultima, immanifesta, è duale, cioè comprende un principio materiale (Prakṛti), incosciente ma capace di divenire e modificarsi ed uno cosciente (Puruṣa), sempre identico ed incapace di divenire. L’interazione tra questi due principi (non è corretto nemmeno parlare di interazione, perché per la loro natura essi sono inconciliabili ed eternamente separati, sarebbe dunque meglio parlare di rapporto) è alla base del divenire a manifestazione del cosmo e dell’uomo: quando accade, il principio materiale si “srotola” nella molteplicità dei fenomeni ed il principio cosciente, che prima riposava su se stesso, perché non aveva altro oggetto di coscienza, ora diviene cosciente di questa molteplicità fenomenica, ha cioè come oggetto il divenire fenomenico della materia.
L’individuo umano in questa prospettiva ha una duplice natura: una materiale (che costituisce ogni suo aspetto manifesto e mutevole: il corpo, i pensieri, le emozioni, i moti d’animo) che è destinata alla morte ed una cosciente, che è immortale ed immutabile. Tutto ciò che diviene, dunque, pertiene alla materia e la coscienza costituisce l’elemento di continuità, è cioè lo spettatore che osserva immutabile questo divenire e ne è, appunto, cosciente. Avidyā è proprio la mancanza di consapevolezza di questa duplice realtà, c’è cioè una confusione tra la coscienza ed il suo oggetto e da questa confusione nasce asmitā, il senso dell’io. Il principio cosciente nell’uomo, anziché riposare in se stesso, immutabile ed eterno, fa esperienza del divenire, del mutare della natura e, come le tessere di un puzzle, queste esperienze vanno a sedimentarsi creano una memoria su cui si costruisce l’identità individuale, l’ego. Poiché il principio cosciente si è legato al fenomeno, l’uomo tende a voler ripetere le esperienze che gli hanno procurato piacere (rāga) e a rifiutare quelle che gli hanno procurato dolore (dveṣa) e dalla percezione del continuo mutare e della “fine” del fenomeno, nasce il timore della morte, che Patañjali indica con il termine di Abhiniveśaḥ.
Abhiniveśaḥ indica letteralmente qualcosa che entra e permea profondamente4 ed in questo contesto indica l’attaccamento alla vita ed il timore che questa abbia fine e sopraggiunga la morte: questo attaccamento è radicato in profondità e riguarda anche il saggio. Per Patañjali, dunque, nell’uomo il timore della morte dipende dall’attaccamento e dall’identificazione con ciò che muta ed inevitabilmente muore e dall’ignoranza di ciò che eternamente permane, dipende cioè dal fatto che il principio cosciente nell’uomo non riposa in se stesso, ma si identifica con il divenire e l’inevitabile morire del fenomeno manifesto.
La paura della morte, come gli altri kleśa, è definitivamente superata quando il principio cosciente, raggiunto il kaivalya5, ritorna a riposare in se stesso, libero dall’oggetto offerto dalla manifestazione della materia. Questo stato è lo scopo finale dello yoga secondo Patañjali, tuttavia egli indica nel testo, in particolar modo nel secondo capitolo, due strumenti per contenere i kleśa: questi due strumenti sono il kriyāyoga e lo yoga dalle otto membra, l’aṣṭāṅgayoga.
Il kriyāyoga indica tre strumenti, che vanno utilizzati coralmente, per contenere l’impatto disturbante dei kleśa; questi strumenti sono: tapas (l’austerità), svādhyāya (lo studio di sé e dei testi) ed Īśvarapraṇidhānā (l’abbandono ad Īśvara). Per comprendere gli elementi del kriyāyoga, occorre partire dal termine kriyā, che significa “azione” ed indica quindi una pratica attiva6, un “fare”. Tapas, l’austerità, indica in questo contesto principalmente il controllo degli organi di senso, perché è attraverso i sensi che facciamo esperienza ed interagiamo con il mondo: questo controllo implica quindi, per esempio, il controllo della quantità e della qualità del cibo, di ciò che si ascolta o legge ed il controllo di ciò che si dice, specialmente dei discorsi futili o dei discorsi che possono recare turbamento. Svādhyāya, lo studio di sé, implica l’osservazione dei propri meccanismi interiori e lo studio dei testi sacri ed Īśvarapraṇidhānā, l’abbandono (praṇidhānā) ad Īśvara, indica l’abbandono fiducioso ad una forza superiore, a quella forza che conduce e regge il mondo o, in un’ottica teistica, l’abbandono a Dio.
Questi tre elementi sono ricercati e coltivati: anche l’abbandono ad Īśvara non sorge spontaneamente, non è sentito, ma ricercato: nell’azione, compiuta sforzandosi, che controlla ogni aspetto sensoriale e si rivolge allo studio delle nostre dinamiche interiori, siamo spinti a “mollare la presa”, ad abbandonare il risultato del nostro agire e ad affidarci a qualcosa di ignoto, di incomprensibile. Patanjali sembra proporre una pratica che mette assieme contemporaneamente due atteggiamenti contraddittori, lo sforzo e l’abbandono: questo elemento ritornerà più avanti anche in alcuni elementi dell’aṣṭāṅgayoga.
L’aṣṭāṅgayoga (aṣṭa, otto; aṅga membro; yoga: lo yoga dalle otto membra) indica un percorso più articolato e dettagliato del kriyāyoga: sono otto gli elementi che lo compongono e questi elementi seguono sia una gerarchia, sono cioè come i gradini di una scala che vanno percorsi uno dopo l’altro, ma anche si intersecano e rafforzano a vicenda, suggerendo molte possibili combinazioni ed applicazioni pratiche. Questi otto elementi sono: yama (le astensioni), niyama (le osservanze), āsana (la postura), prāṇāyāma (il controllo del respiro), pratyāhāra (la ritenzione dei sensi), dhāraṇā (la concentrazione), dhyāna (lo stato meditativo), samādhi (lo stato chiamato samādhi).
Yama, le astensioni, regolano il rapporto del soggetto con il mondo esterno: egli deve coltivare un atteggiamento improntato alla non violenza, alla veridicità, deve trattenersi dall’appropriarsi di ciò che non gli appartiene, condurre una vita sessuale morigerata e rinunciare al superfluo, ai beni non necessari. Queste indicazioni non hanno una valenza morale, sono piuttosto indicazioni di buon senso che aiutano a mantenere una vita semplice ed una serenità interiore.
Niyama, le prescrizioni, si concentrano sulla disciplina personale e comprendono la pulizia, sia esteriore che interiore (pulizia del corpo, dieta, rifiuto degli intossicanti e di ciò che crea disturbo), l’appagamento (l’accontentarsi di ciò che si ha ed il rifiuto di accumulare ciò che non serve) ed i tre elementi che abbiamo già trovato nel kriyāyoga: la disciplina, lo studio e l’abbandono ad Īśvara. Questi elementi stabiliscono una prassi, un atteggiamento verso se stessi che viene coltivato per “mettere ordine” nella propria quotidianità e nel rapporto con la propria persona.
Āsana, la postura, riguarda la pratica dello stare seduti in una posizione in modo comodo e per un tempo prolungato, perché questo è il requisito necessario per poter praticare gli aṅga successivi, cioè il prānāyāma e le tecniche che conducono al samādhi. Nello yoga posturale, la funzione delle varie posizioni è principalmente quella di permettere l’āsana, cioè lo stare seduti.
È interessante notare come l’āsana si ottenga, per Patañjali, con il “rilassamento dello sforzo e l’assorbimento nell’infinito”7: ancora una volta è suggerita la compresenza di due atteggiamenti contraddittori, il rilassamento e lo sforzo, e un atteggiamento di abbandono, di assorbimento in un qualcosa di ignoto, di ineffabile. questo è, a parer mio, un suggerimento tecnico che ha un ruolo molto importante nell’attenuazione dell’impatto disturbante dei kleśa.
Prānāyāma, il controllo del respiro, è finalizzato a rendere il respiro calmo, sottile e fluido: il collegamento tra la qualità della respirazione e lo stato di agitazione della mente era ben noto agli yogi ed è comprovato dalle recenti ricerche delle neuroscienze che mettono in evidenza come ad un respiro calmo e lento si associno chiarezza mentale, calma ed uno stato di maggiore benessere e tranquillità.
Pratyāhāra, la ritenzione dei sensi, prevede che i sensi vengano distolti dagli oggetti esteriori e fatti convergere sulla persona: come conseguenza, le facoltà esterocettive lasciano il posto a quella enterocettiva ed inizia l’esplorazione del proprio mondo interiore, che diviene l’oggetto della coscienza. Pratyāhāra rappresenta la “porta di passaggio” tra lo yoga esterno e lo yoga interno, quello che conduce allo stato di samādhi.
Dhāranā, dhyāna e samādhi sono gradi progressivi di “immersione” nell’oggetto di coscienza: dhāranā, la concentrazione, è un processo attivo e consiste nel fissare la mente sull’oggetto e riportarvela quando si distrae. Questo lavoro conduce progressivamente ad una condizione di attenzione permanete, non distratta e da questa può emergere lo stato meditativo, dhyāna, che si va via via raffinando sino allo stato di coscienza chiamato samādhi. Il ruolo attivo del praticante si ferma alla concentrazione, gli stati seguenti sono conseguenze che sopraggiungono indipendentemente dalla volontà del soggetto. Questo processo, che qui è necessariamente sintetizzato e semplificato, conduce secondo Patañjali allo svelamento della realtà dell’oggetto su cui si medita, del meditante e della natura del processo stesso, conduce cioè all’isolamento della coscienza (kaivalya) e allo svelamento della sua natura come separata, totalmente diversa dall’oggetto di cui è cosciente. Viene cioè realizzata la “visione” (vid) metafisica della Realtà, si realizza la distinzione tra ciò che muore, l’elemento materiale fenomenico, e ciò che è eterno, il principio cosciente: l’ignoranza (avidyā) è incenerita e con essa tutti i klesha.
Nell’aṣṭāṅgayoga gli elementi che precedono la concentrazione hanno a diverso grado il ruolo di allentare progressivamente la confusione mentale e di creare una condizione di calma interiore, di pace e di silenzio indispensabili per iniziare il processo meditativo. Per quanto sia vero che ciascun aṅga debba essere pienamente realizzato, perché il successivo possa realizzarsi pienamente, è altrettanto vero che ciascuno sostiene ed è sostenuto dagli altri: così, se l’applicazione perfetta di yama e niyama consentono di creare i presupposti necessari per lavorare con il corpo ed il respiro per pacificare la mente, è altrettanto vero che il lavoro corporeo e sul respiro cambia il rapporto con il mondo esterno, rendendo, per esempio, la persona più calma, focalizzata e meno incline al conflitto.
Nella concezione di Patañjali la paura della morte si risolve definitivamente con lo scioglimento dell’errore metafisico iniziale, quello di confondere la coscienza con l’oggetto di cui si è coscienti. Questo obiettivo è di difficilissima realizzazione, ma gli strumenti che propone sono accessibili e praticabili nell’ottica di contenere questa paura, che è connaturata in ogni essere vivente e che rende il vivere difficile. L’esperienza della morte è un dato certo nell’esistenza di ciascun individuo e le indicazioni che il testo dà sono utili per coltivare una prassi, un modo di vivere la vita che aiuti ad affrontare la paura della morte.
Se proviamo ad analizzare le indicazioni del kriyāyoga e dell’aṣṭāṅgayoga ci sono alcuni punti da evidenziare:
1. La necessità di “ordinare” la propria vita, sia di relazione che personale, secondo alcune regole di buon senso, stabilendo una prassi che semplifichi e ritualizzi la quotidianità e allontani i fattori di disturbo, cioè tutte quelle situazioni e cose che causano turbamento mentale.
2. La necessità di stabilire un’igiene personale che coinvolga tutta la nostra persona e che va dalla cura esteriore all’attenzione per il cibo e per qualsiasi cosa che “entri” nel corpo (occorre fare attenzione alle letture, a ciò che si guarda, a ciò che si ascolta e si deve attivamente evitare ciò che aumenta la nostra instabilità e la nostra sofferenza)
3. La necessità dello sforzo, dell’impegno attivo per mantenere questo ordine: lo sforzo è inteso come una pratica e va coltivato, consolidato pian piano, fino a che non si stabilisce saldamente.
4. Lo studio di se stessi e delle proprie dinamiche e lo studio dei testi. Patañjali si riferisce allo studio dei testi sacri, ma ogni lettura consolatoria e piacevole per la mente è utile.
5. Una disciplina fisica che coinvolge sia il corpo, attraverso al pratica di āsana (posizioni), che il respiro e che ha molteplici funzioni: mantenere un buon grado di salute, sostenere e sviluppare l’ascolto di sé e focalizzare la mente, distogliendola dai pensieri disturbanti.
6. L’abbandono, il distacco. Il testo di Patañjali indica in più parti ed in diversi contesti l’abbandono ed il distacco come elementi cruciali del percorso: nel primo capitolo, indica la pratica ed il distacco come elementi tecnici per contenere le fluttuazioni della mente e raggiungere lo scopo dello yoga8 e la combinazione di un elemento “attivo” e di un elemento che suggerisca la necessità di “lasciar andare la presa” lo si ritrova poi nel kriyāyoga (al rigore dello sforzo si accompagna l’abbandono fiducioso ad una forza superiore) e nell’ aṣṭāṅgayoga (lo stesso āsana si compie quando allo sforzo per stare in una posizione si accompagna il rilassamento).
Le indicazioni che Patañjali dà per contenere la paura della morte conducono il praticante a distogliere la mente, spostando, all’inizio per tempi brevissimi, poi via via più lunghi, l’attenzione dall’elemento perturbante ad un altro oggetto. Questo atteggiamento, fino a quando non diventa consolidato, non è risolutivo, ma aiuta la persona ad intravvedere la possibilità di uno spazio di serenità interiore che può essere coltivato attraverso lo “sforzo” di una pratica continuativa. Nell’ottica di Patañjali (ma in generale nell’ottica dello yoga inteso nel suo significato profondo di “giogo”, di “disciplina”) una igiene ed una prassi quasi liturgica nel condurre la propria vita è di grande aiuto per mantenere la mente focalizzata e serena e regalare (non imporre) ordine e quiete interiore. Coltivare questo atteggiamento non solo aiuta ad affrontare la paura della morte, ma contribuisce a rendere il vivere meno doloroso e faticoso.
Vorrei poi sottolineare il ruolo chiave degli elementi del distacco e dell’abbandono: sono elementi tecnici che vengono ricercati nella pratica attraverso l’uso del respiro e attraverso la presa e lo scioglimento della posizione, sono cioè elementi che pian piano sono provati dal praticante, percepiti in profondità e poi attivamente riproposti e che si rivelano elementi chiave nell’attenuazione dei klesha.
Questo “lasciar andare” a volte si rivela la sola cosa possibile.
- Yoga Sūtra I, 2 ↩︎
- Yoga Sūtra II, 3 ↩︎
- Yoga Sūtra II, 4 ↩︎
- abhi (entrare, attraversare, compenetrare) e niveśa: ni (giù, dentro); veśa (accesso) ↩︎
- Il termine significa isolamento, perfetta solitudine ed indica la risoluzione del rapporto ed il ritorno alla condizione originaria di isolamento dei due principi, cosciente e materiale. ↩︎
- Vedremo che gli ultimi stadi dell’aṣṭāṅgayoga sono conseguenze del lavoro eseguito, stati che possono sorgere, ma che non possono essere attivati da una azione del praticante. ↩︎
- Yoga Sūtra II, 47 ↩︎
- Yoga Sūtra I, 12 ↩︎

Grazie, i tuoi scritti mi fanno sempre riflettere (e generalmente non mi basta una sola lettura per comprenderli a sufficienza). Mi portano lo stimolo che proviene da altre culture e che tu hai la fortuna – e certamente il merito – di conoscere e potercene donare un po’. Questo mi parla di ricchezza (quella vera, delle idee).
Personalmente mi ha toccato in particolare un concetto che forse, di per sé, è abbastanza semplice – tanto è vero che lo esprimi già nel titolo, in cui riporti il proverbio sull’esperienza della morte parlata o vissuta.
Eppure, è un concetto di cui, almeno io, ho dovuto fare esperienza diretta per poter comprenderlo tangibilmente nella sua realtà effettiva.
In primavera è morto mio padre e per la prima volta ho preso atto della sostanziale differenza tra l’idea della morte (anche la propria) e ciò che invece trae origine dall’esperienza vera, concreta, reale della stessa.
I risultati sono di gra lunga più significativi e mi hanno davvero portato ad una rielaborazione profonda della vita stessa e dei rapporti con gli altri, con esiti spesso persino inaspettatamente positivi. Comprenderai meglio di me che sarebbe troppo lungo e probabilmente inutile entrare nel dettaglio di un’esperienza personale e che tocca a suo modo la maggior parte di noi in qualche fase della vita.
Le tue ulteriori riflessioni sono tanto interessanti quanto meritevoli di una più lunga riflessione.
Grazie, ogni stimolo capace di smuovere le idee consolidate (eppure, a ben vedere, così parziali) mi è prezioso!
Fabio
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Carissimo Fabio, ti sono vicina. Grazie per le tue parole e mi permetto di mandarti un abbraccio, seppur virtuale, ma di cuore
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Grazie a te, e .. ricambio di cuore l’abbraccio (virtuale, ma c’è tanto di vero anche nelle parole e nel pensiero! )
Fabio
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