CREDO, ERGO EX-ISTO…

Dipinto su carta – India, XVII secolo

Ma se non crederete, non avrete stabilità.

libro di isaia

Partiamo dall’etimo. L’origine di una parola ne svela il significato, la rende carne da digerire ed assimilare. Credere viene dal latino crēdo, dal proto-italico krezdō, discendente del proto-indoeuropeo ḱred dheh, a sua volta composto di ḱḗr, “cuore”, stessa radice del latino cor e dheh, “mettere, stabilire”: dunque il significato di “mettere il cuore in”, riporlo altrove, fuori da sé, in qualcosa d’altro.

Il luogo del cuore si rivela carico di significati simbolici in ogni cultura, così nell’Antico Testamento troviamo descritto il cuore come l’organo che ci è stato donato per comprendere:

“Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro perché ragionassero. Li riempì di dottrina e d’intelligenza, e indicò loro anche il bene e il male. Pose lo sguardo nei loro cuori per mostrar loro la grandezza delle sue opere.”

Siracide 17, 5 – 7

Luogo dei sentimenti, dell’amore, nell’Islam custodisce rūḥ, il sé immortale dell’individuo ed è il luogo ove si intona lo dikhr, il ricordo di Allah, nel Sufismo.

Ancora, in Patanjali è con il saṃyama (la concentrazione) sul cuore che nasce la conoscenza della mente (Y.S. III, 34) e nello Sārdhatriśatikālottaratantra, uno dei primi testi tantrici śaiva a menzionare la Kuṇḑalinī, questa viene descritta come una spirale primordiale che risiede nel cuore.

Ma torniamo al credere. C’è un termine sanscrito che gli corrisponde ed è Śrāddha, una parola composta da śrat che in unione con la radice dhā, mettere, porre conserva il significato di “cuore” e ricalca il significato del latino crēdo a significare dunque il porre il proprio cuore in qualcosa, avere fiducia.

In Patanjali, l’atto di abbandono fiducioso al Signore è descritto dal termine praṇidhāna. Questa parola conserva la radice verbale dhā che nel verbo praṇidhā assume il significato di porre di fronte, depositare, rivolgere lo sguardo finanche mandare come emissario.

L’atto del credere sembra dunque implicare due gesti: l’espropriazione di una parte di sé, la parte fondamentale ed il riporla fuori da sé, in qualcos’altro. Il gesto è rivoluzionario, perché scardina l’integrità dell’individuo, eppure è parziale quando viene interpellata la ragione a comprendere e dare il beneplacito. Il credere deve essere fanatico, ossia in relazione col termine arabo fanā, presupporre cioè l’annichilamento, la distruzione di ogni pretesa di sicurezza e conferma e deve implicare uno “stare fuori” dagli schemi del cogito, un ex-sistĕre. L’esistere, dunque, pare quasi etimologicamente e, mi piace supporre, metafisicamente associato al credere come se il mistero del primo si possa risolvere solo nel gesto del secondo.

Tommaso, uno dei dodici, detto il gemello, non era con loro quando venne Gesù. Gli altri discepoli gli dissero: “Abbiamo veduto il Signore”. Ma egli rispose: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e Tommaso era con loro. Gesù venne di nuovo, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi”. Poi si rivolse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato. E non essere incredulo, ma credi”. Rispose Tommaso: “Signore mio e Dio mio!” E Gesù gli disse: “Tu hai creduto perché mi hai veduto. Beati quelli che hanno creduto senza aver veduto”.

Giovanni 20, 24 – 29

Lo stato di beatitudine viene dal credere senza aver visto. La parola “beati” nell’originale testo in greco, μακάριος, denota coloro i quali hanno ricevuto la grazia dal Signore e (per questo) sono invidiati. Nel passo evangelico, che trovo tremendamente potente, il credere è un atto di resa, un’obbedienza ad un “altro” invisibile che ci feconda e ci grazia con la fede stessa, perché nulla viene dall’individuo se non la resa ed ogni gesto soggettivo non è che illusione, vanità.

E ancora, ricordo il passo evangelico dell’annunciazione del Signore e come all’iniziale atteggiamento stupido di Maria che resta incredula, perché ancora vergine, incapace di far ex-sistĕre il Figlio dell’Uomo, segua il credo e la resa che la rende feconda.

Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto»

Luca, 1 – 38

È nel credere che esisto.

… DI ALTRE STORIE: IMMERSUS EMERGO

Tuffati! È qui che ti devi annegare

Meister Eckhart

Capita che per caso ti imbatti in un nome che è tutto un programma e che quel nome sia il nome di un profumo, una delle quattro creature di Federico Fumo, dottore farmacista e quarta generazione di una famiglia di alchimisti e farmacisti, docente di Scienze e Tecnologie Cosmetologiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e fondatore della azienda Laboratori Effe. Non sai niente, l’azienda è giovane, ha poca storia alle spalle, il fondatore e naso è un docente universitario e la cosa ti sa tanto di “tecnica” da manuale di profumeria, per giunta un farmacista (oddio, sarà senz’anima!) ma con quel nome non lo si può lasciar perdere. La descrizione sul sito http://www.federicofumo.com è davvero seducente, parla di un profumo nato dall’esigenza di fissare l’attimo in cui l’idea si traduce in gesto, quasi a narrare una redenzione voluta, conquistata a fatica che emancipa dall’abisso, dalla melma in cui si sembrava soffocare. Potevo resistere? No.

Sulla touche il profumo si apre con il mandarino di cui conserva anche la nota amara, che si lega splendidamente con la liquirizia e la confonde un po’, bisogna annusare molte volte per riconoscerla e sembra quasi sostenuto, innalzato, direi, dal coriandolo, che dona una nota pungente ad enfatizzare la componente amara, il leitmotiv che caratterizza il profumo in modo discreto e pudico: non è una amarezza olfattiva, è una amarezza dell’anima, una melancolia, una tristezza nobile, mai disperata, contenuta e fiera. Le note muschiate, la vaniglia ed il benzoino non si palesano se non dopo un po’ di tempo e sembrano conservare impressa, come a volerla trattenere a terra, quando per sua natura tenderebbe a scappare, la nota piccante del coriandolo, che si fa però confusa, sembra diventare altro, come fosse una scintilla, una nota briosa che sembra ridare vita quando si è toccato il fondo olfattivo riportando alla memoria le note più alte.

Sulla mia pelle il profumo è un’epifania inaspettata: mi colpisce la dinamica tra le note, sembrano aggrapparsi l’una all’altra, come se nell’affondare e nello svanire, cercassero di riemergere, di ritornare fuori, prepotenti. Eppure nessuna riesce ad eccedere, nessuna prevarica, sembrano instaurare una coralità di voci distinte e distinguibili ma che acquistano un senso solo assieme. Un profumo che ha un carattere sofisticato eppure delicato, potente, eppure grazioso. Immersus, emergo. Un profumo che racconta chi si è immerso, trascinato dalla propria pesantezza sino a toccare il fondo e che dal fondo riemerge non per spinta, per reazione orgogliosa e sprezzante ma per esaurimento, per consunzione del proprio peso. Sembra suggerire la resa, l’annegamento come unica via per riemergere, la tristezza dell’anima come risorsa, la nota amara come vincolo che inabissa ma spinge a risalire, senza che si debba fare null’altro se non vivere l’esperienza, immergervisi e annusare.

Profumo stupefacente, consigliato a chi non sta bene al mondo, a chi sente il peso del proprio esistere, a chi vuole indossare qualcosa di elegante e discreto, ma complesso, che richiede pazienza per essere compreso.

EPPURE…

Mondo di sofferenza:
eppure i ciliegi
sono in fiore.

kobayashi issa

Tutto quello che riesco a fare in questo incredibile silenzio è osservare. 

In verità, quando ci si ferma, come nell’āsana in statica, si amplificano le tensioni, emergono rumorosi i fastidi e l’inadeguatezza, vacilla l’equilibrio, il respiro si fa corto, pulsa il cuore rumoroso, i pensieri corrono veloci e li vedi scappare da cosa, chi lo sa? Verso dove? Mah. 

Śrī T. Kṛṣṇamāchārya consigliava una pratica dinamica prima dello stare in āsana, perchè ci si deve arrivare piano al silenzio, che per molti è frastuono insopportabile. Eppure tutto il senso della pratica sta nell’evento di starci, di rimanere immobili e lasciare che l’āsana si svolga: non si fa nulla, ci si lascia fare, si resta nell’istante, assente la volontà, lo scopo, il risultato, si è incapaci e l’āsana è solo una forma che si esprime, solo un accidente insignificante, apparentemente inutile, totalmente senza scopo e, nell’apparente inutilità, l’unica cosa che ci compete è l’ascolto.

Per me così è l’esistere, apparentemente un accidente inutile, totalmente gratuito, senza scopo, qualcosa che accade e che siamo chiamati ad esperire, a sentire, a vivere senza un perchè, senza un tornaconto, senza risultato. Come il gioco per i bambini, fatto per il gusto di giocare, che mai vuole arrivare da qualche parte e sempre è esattamente lì, dov’è.

Questo strano periodo, dove tutto è immobile, dove i riferimenti abituali svaniscono e ci si ritrova impediti da qualcosa che ci sovrasta, che rende il nostro ego impotente, la nostra volontà inefficace che fa rimbalzare ed amplificare bisogni, inadeguatezze, fragilità, disequilibri, tensioni è un āsana in statica che richiede ascolto, perchè nella statica, nell’immobilità e nel silenzio si sente amplificato solo ciò che è, non c’è niente di nuovo, solo che nella confusione e nel movimento non lo si percepiva, è un puro esistere.

L’esistere non conosce giusto o sbagliato, bene o male. L’esistere è. Quando ci si immerge, appaiono evidenti le strategie che abitualmente si mettono in atto per non ascoltare, non vedere: ci si schiera, si prende posizione, si parteggia per un ideale, si distingue l’odio dall’amore, si aderisce ad un immagine di sé, immagine utile quando ci si muove nel mondo, ma fardello nella statica. Fermarsi è un po’ morire, spaventa il frastuono interiore nel silenzio, turba l’assenza di categorie, il sentirsi niente. Eppure…

DEL NUTRIRSI E DI ALTRE STORIE

Più che mangiare, siamo mangiati dal cibo che ci impongono

E. GALEANO

Sono vegetariana da 30 anni, recentemente sono ritornata al mio primo amore, la macrobiotica. I principi della dieta macrobiotica sono semplici, Gianni, un caro amico che mi insegnò le basi trent’anni fa’, li riassumeva in questi semplici punti: il pasto deve essere composto da un cereale integrale, meglio in chicco, un legume (poco) e verdura di stagione. Quando fa freddo o si è deboli, tutto va cotto, anche la verdura e la frutta ed il metodo di cottura influenza l’energia del cibo e, di conseguenza, l’energia della persona. Ci sono poi alimenti da introdurre, come le alghe ed i fermentati, ed alimenti da eliminare ma per iniziare queste semplici regole sono sufficienti. Il mio pasto è semplice, quasi completamente senza sale, fatto salvo quello contenuto nel gomasio autoprodotto. Niente caffè, alcool non lo bevo da anni, niente dolci, frutta solo al mattino. Il pasto è essenziale, mangio solo se ho fame, mangio per nutrirmi provando a coltivare una sensibilità che rispetti sia il cibo che me stessa, il mio corpo.

Siamo culturalmente condizionati a considerare la rinuncia come un disvalore, una mancanza, un furto. L’idea di rinunciare al “piacere” del cibo viene associata ad una sorta di tendenza autolesionistica, spesso ideologica e fanatica. Chi pensa a nutrirsi invece che a mangiare cose “buone” viene guardato con sospetto, se gli va bene, o considerato un ortoressico, se gli va meno bene. Ma cos’è questo “piacere”? Siamo immersi nella pornografia sensoriale, condizionati da ciò che ci dicono sia buono, abituati ad ingurgitare zucchero, sale, sapori forti, complessi, carne, sapori pesanti, marcati, spesso combinati (quel vino con quel cibo… no, ragazzi… no…) siamo drogati e dipendenti. Non mi credete? State senza zucchero (senza NESSUN zucchero), o senza caffè per qualche giorno e sentite il nervosismo che avanza. E cos’è “buono”? Buono un cibo che ci metto ore a digerirlo? Buono l’alcool? Ho una struttura psichica che tende a ridurre al necessario tutto ciò che mi anima. Barcollo tra infinite informazioni, leggo libri, elaboro pensieri ma sento poi la necessità di scremare ed arrivare ad una sorta di minimalismo, spesso fortemente connotato esteticamente. Così sono ritornata ancora al cibo antico. E qui la rinuncia si è rivelata una conquista: il minimalismo dei piatti una scoperta, anche a livello energetico, che davvero non mi aspettavo. Il cibo è qualcosa di nobile ed è una delle fonti di nutrimento: l’aria è la prima fonte, l’acqua la seconda. Il cibo viene per terzo: puoi stare senza respirare qualche minuto, senza bere qualche giorno, senza mangiare 40 giorni. E poi, anzi prima, viene la qualità: non è bene respirare aria inquinata, i cui parametri chimici siano alterati, stesso discorso per l’acqua, sul cibo invece poniamo scarsa attenzione e mangiamo abitualmente cose che non ci nutrono, al massimo ci saziano o ottundono i nostri sensi. Non è un cavillo, una distinzione inutile: il corpo ha la necessità di essere nutrito, non ottuso, non saziato. Il cibo ha sapori propri, una mela, un pugno di riso o di miglio sono di per sè complessi e schiudono infiniti sapori come le note di un profumo: ci vuole un naso preparato e sensibile per comprendere un profumo di nicchia e ci vuole un palato allenato e sensibile per scoprire le sfumature del riso integrale, gli amidi che si trasformano mescolandosi alla saliva, che cambiano sapore, che entrano in circolo prima di arrivare nell’intestino. C’è una semplicità che è invero complessa e troppo raffinata per essere compresa se mangi cose “normali”. C’è un rumore mostruoso nei piatti degli chef, nella cucina elaborata, dove l’enfasi sovrasta la materia prima e la snatura e c’è un incredibile silenzio nelle verdure al vapore senza sale. Si tratte, per me, di andare a fondo, io che già da 30 anni non mangio “normalmente” e mi nutro in modo molto semplice. Scremare ancora, raffinare e nutrirsi come non facevo da tantissimo tempo. Andare a fondo, allenare l’attenzione al dettaglio, allenare l’ascolto, restare attenta e presente all’azione del nutrirsi. La mia tendenza a ridurre è diventata una cosa buona.

Qualcuno mi disse “tu distruggi tutto, perchè vuoi vedere cosa resta in piedi, devasti, sei la morte e vuoi vedere cosa sopravvive”. Non aveva sbagliato di molto. È difficile avere a che fare con qualcuno che si entusiasma per una ciotola di riso integrale stracotto.

QAWWĀLI

Oh Khusrau, the river of love runs in strange directions. One who jumps into it drows and one who drowns, gets across.

AMIR KHUSRAU

In Ajmer si celebra la morte del santo e nella Dargah risuonano i Qawwali. Il sufismo ha un rapporto privilegiato con la dimensione della morte che si festeggia come un accadimento importante, perchè permette di ricongiungersi al Principio. Come alcune correnti dello yoga, il sufismo chiede di morire in vita, di compiere l’operazione alchemica e raffinare, sublimare, rendere perfetto il Nafs, il sè. Il qawwāli va vissuto da ignoranti, io mi immergo senza sapere niente, stupida e ad occhi chiusi precipito nel rituale.

Ci sono due mondi uno prosaico, materiale, la Dunia ed uno spirituale, che trascende il primo. Il Diavolo li mantiene separati, è lui stesso la divisione, si caccia di traverso e divide, separa. Il Qawwāli inizia, le prime note ti avvertono: qualcosa sta per accadere. Il Pir, lo Sheik, è seduto: inizia il suo movimento e si accorda alla musica, l’intero suo corpo sembra diventare musica. Egli sembra altrove ed inizia il canto, prima il Profeta (SAW), poi Khwājā Ghareeb Nawaz, la poesia a loro dedicata si innalza e vibra al suono ritmico delle percussioni ed inizia la danza: lo Sheik offre le prime rupie, poi ciascuno si alza recando la propria offerta: la moneta distesa nella mano viene donata inchinandosi, la fronte tocca terra, sfiorando i piedi dello Sheik che danza, danza la sua colonna, danzano le sue cellule e la sua mano pesca l’offerta, la porta alla fronte e la da ad una persona che gli siede vicino che a sua volta la offrirà al qawwali. Il ritmo si fa estatico, le parole risuonano, in urdu, persiano, hindi, niente di comprensibile per la mente, niente che io riesca a capire. Incalza il canto, una mano ti offre dieci rupie, ti alzi, ne prendi altre dieci, accogli quelle mani nelle tue mani e vai verso lo Sheik, ti inchini, offri, ti rialzi ed ancora altre mani ti porgono nelle mani ancora rupie, estrai, riponi, ti muovi, attenta e al ritmo di qualcosa che non sai, non comprendi. Una folla incalza lo Sheik, i suoi movimenti si fanno veloci ed intatta resta l’eleganza del gesto, la delicatezza. Tu sei presa da qualcosa che ti spinge e ti fa mescolare alle persone sconosciute che hai attorno, sconosciute e vicine, incredibilmente vicine, ne riconosci i codici, impari a muoverti con loro, stai imparando a danzare… Le monete, la dunia, sono santificate dalle mani dello Sheik che è in estasi sul ritmo del qawwali, egli diviene la porta tra i due mondi, l’asse immobile che rende possibile il movimento, il suo gesto cancella ogni divisione, sacralizza ogni cosa: l’unicità divina, la illah ila Allah, diviene presente, evidente, incarnazione dello spirito, spiritualizzazione della materia e cancellazione di ogni stupido concetto che pretende di trasformare l’una nell’altro il materiale ed il divino, nessuna separazione possibile, solo un’estasi incarnata dallo Sheik nel qawwāli. Solo l’Uno. Uno. Nient’altro. Poi cala il ritmo, si spegne la musica, smettono le offerte, lo Sheik resta l’unico a conoscere la verità, egli sa, io ho intravisto l’ombra, ogni ombra presuppone la luce.

Che cazzo, è bellissimo… Tutto qui.